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Apparteniamo alla generazione che si nutrì di metodologia e di filologismo, ma non ci ostinammo, nella scelta dei mezzi da adoperare, a rifiutare gli ausilii che ci venivano dalla tecnica. Dai benedettini beuronensi imparammo a utilizzare sorgenti ultraviolette per eleggere e riprodurre palinsesti, dai progressi dell'industria fotografica avemmo apparecchi che ci facilitavano lo studio dei testi, risparmiandoci la fatica delle trascrizioni.
Le primordiali conquiste di quegli anni lontani ci arridevano come insuperabili sussidi al nostro lavoro. Credevamo dapprima che si dovesse rimanere paghi delle grosse macchine fotografiche, dei "prismi", dei cancelletti, delle pesanti e fragili lastre, che ci tiravamo dietro da un luogo all'altro contando sulle buone ore di sole per assicurarci, a caro prezzo, qualche decina di riproduzioni al giorno. Sembra preistoria questa, ed è una realtà vicina a noi nel tempo. Passammo più tardi; nonostante gli agnosticismi altrui, agli apparecchi verticali, alle macchine fotostatiche, cioè ad un automatismo crescente, che facilitava le operazioni con incredibili economie di tempo e di spese. Si cominciava finalmente a lavorare a luce artificiale, in qualsiasi ora della giornata.