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AutorePIERLUIGI PARZINI
Casale Monferrato (Alessandria), 1925 - Pernate (Novara), 1998
Data dell'opera1991
TipoOlio su tela
Dimensionicm 73 x 64,5
Firma--
InventarioInventario: p. 1797
Provenienza--
Fonti--
Esposizioni--
DescrizioneIl dipinto testimonia la produzione pittorica dell'ultimo decennio di attività di Pierluigi Parzini, pittore e scultore schivo e solitario, eccentrico alla critica e al mercato italiano, ma che fin dagli anni Sessanta ottenne riconoscimenti internazionali prestigiosi quali le personali alla Betty Parsons Gallery di New York (1965) e alla Biennale di Venezia (1966). Il suo iter artistico, che era cominciato con una pittura vagamente figurativa, popolata da forme ambigue ed ermetiche, dalla metà degli anni Sessanta attraversò la riscoperta di un'organizzazione astratto-geometrica e intorno al 1970 approdò a un linguaggio personale nel quale si mescolavano i ricordi di diverse ricerche internazionali del dopoguerra: l'action painting e un informale più decorativo e tachiste da un lato, l'astrazione cromatica impressionistica e quella hard edge statunitense dall'altro. La sua natura riflessiva lo condusse invece lontano dagli impasti materici dell'amico Ennio Morlotti. Nei decenni seguenti Parzini continuerà a declinare tale linguaggio in forme di evocativo lirismo, fino alle opere degli ultimi anni, dove lascerà riaffiorare alcune tracce della figura umana. Anche il dipinto in esame, dove l'artista affida l'estrema e "informale" vivacità cromatica a una rigorosa scansione in griglie rettangolari, imponendo un nuovo equilibrio spaziale alla composizione, appartiene dunque a quest'ultima fase. In questo caso il senso di ritmica strutturazione è potenziato dalle ampie stesure cromatiche bianche e dalla sequenza di linee nere verticali, mentre un segno energico e spezzato — che ripropone il giallo e il blu, tra i colori più amati da Parzini — continua ad animare la superficie con andamento libero e disordinato.
Quando dipingeva, Parzini amava lavorare su tele e carte di grandi dimensioni, dove meglio poteva sfogare le sue pennellate rapide e a singhiozzo. Nell'attività di scultore, per la quale è ancor meno conosciuto, ha lasciato invece una serie di opere minimaliste e "microambientali" in ferro e in acciaio inox, realizzate negli anni Settanta e Ottanta, nelle quali trapela l'interesse per la fase surrealista di Alberto Giacometti e una sintonia con le narrazioni poetiche, ma sempre rigorosamente modulate, di Fausto Melotti. Se fin dal 1958 la Galleria dell'Ariete di Milano seguì con interesse la sua attività, pittorica ma anche scultorea, promuovendo diverse personali nei due decenni seguenti, in seguito l'artista fuggì ogni occasione di autopromozione preferendo sviluppare una poetica autonoma e libera da condizionamenti, ma non ignara delle contemporanee ricerche artistiche italiane e internazionali. Dal 1965 si rifugiò a Pernate, una frazione di Novara, nella terra dove era nato e dove era tornato fin dal 1950, appena terminati gli studi con Aldo Carpi all'Accademia di Brera. A Pernate egli vivrà sempre più appartato, continuando a lavorare indefessamente grazie alla generosità di alcuni collezionisti affezionati. Vanni Scheiwiller, ricordandone il temperamento schivo e solitario, da "autentico orso", ne elogiò le "meravigliose zampate di colore, sempre più vivaci, vibranti e 'giovanili' soprattutto nell'ultima pittura" ("Il Sole 25 Ore", 21 giugno 1998).
Bibliografia--
Sara Fontana

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