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Le stimiate di S. Francesco




AutoreScuola Urbinate
TipoOlio su tavola
Dimensionicm 73 x109
UbicazioneMilano, Servizio Economato
InventarioInventario p. 1250
Stato di conservazioneLa tavola, restaurata nel 1965, è in mediocre stato. La gamma cromatica risulta ossidata e ingiallita.
Storia dell'operaPervenuta in Cariplo a seguito del legato Marcenaro del 7 luglio 1976.
Sistemazione cronologicaSeconda metà del XVI secolo.
Collocazione stilistica, attribuzione e significato storicoCome già proposto da Zeri (AC, perizia del 9.8.1976) il dipinto è riconducibile alla cerchia di Federico Barocci come rivela lo stretto rapporto che lo lega alle Stimmate di San Francesco del pittore urbinate, al Museo Civico di Fossombrone (Mostra di Federico Barocci, catalogo critico a cura di Andrea Emiliani, Bologna 1975, fig. 81), di cui esiste anche l'incisione. La figuretta del Santo inginocchiato entro un paesaggio con le braccia allargate e le mani aperte in atto di ricevere le stimmate, la divina fonte luminosa che si apre nel cielo e da cui partono raggi che vanno a traffiggere il palmo delle mani di Francesco paiono ricalcati, seppur con varianti, sul modello baroccesco, riproposto in altri dipinti quale il S. Francesco che riceve le stimmate della Galleria Nazionale di Urbino (Mostra..., 1975, fig. 220). A differenza di quest'ultimo la tela di Fossombrone non può essere considerata un dipinto definitivo, quanto un abbozzo, che raccoglierebbe l'esperienza dei disegni eseguiti, o il bozzetto preparatorio dell'incisione, che peraltro potrebbe anche essere stata realizzata prima del dipinto (cfr. Mostra..., 1975, p. 103). Lo stesso carattere di abbozzo presenta anche la tavola qui esaminata, dall'intonazione quasi monocroma e dall'approssimativa definizione di rocce e paesaggio. L'impressione è forse dovuta anche al mediocre stato di conservazione che permette in ogni caso di riconoscere il tratto affrettato. La figura del Santo, nella leggera inclinazione del busto e nelle braccia aperte in scorcio, ricalca la posizione in diagonale così ripetutamente studiata ed elaborata dal Barocci (si veda in proposito anche Il perdono di Assisi, Urbino, Galleria Nazionale; Mostra..., 1975, fig. 75), riproposta e diffusa da innumerevoli disegni ed incisioni. L'anonimo autore della tavola offre comunque, nella figura del Santo, una versione semplificata rispetto a quella del maestro urbinate. La posa di Francesco è infatti più eretta e statica, anche in nome di una pennellata meno lieve nel tocco. Nel dipinto milanese poi gli inconsistenti raggi luminosi del modello di Fossombrone, diventano rigide saette che vanno a trafiggere le mani e i piedi del protagonista.
Il Barocci aveva una vasta schiera di collaboratori, per i quali non sempre è appropriato parlare di artisti, che talvolta approfittavano dei suoi cartoni o disegni, per sfornare opere che riproponevano i modelli compositivi del maestro, senza peraltro mostrare di averne assimilato i profondi insegnamenti. In tale contesto pare inserirsi l'autore del dipinto, che offre un'alquanto superficiale interpretazione di un modello definito dal Barocci, di cui pare dimenticata però la finezza dei delicati passaggi cromatici e dei tenui contrasti luministici.
Descrizione
IconografiaIn un ambito paesaggistico la solitaria figura di S. Francesco è rappresentata nella zona di destra, chiusa alle spalle da una massa rocciosa che va degradando aprendo la vista su di un ampio paesaggio collinare con alberi che occupa la parte sinistra del quadro. In lontananza si intravede una chiesetta, con ogni probabilità la Porziuncola. Nel cielo, in alto a destra, all'interno di quella che pare una nuvola, si apre uno squarcio di luce entro cui si scorge come la figura di un essere alato da cui partono raggi rossastri che vanno a toccare le mani e i piedi del Santo.
La fonte iconografica della rappresentazione è costituita dalla narrazione di Tommaso da Celano (1247), elaborata da S. Bonaventura nella sua Vita di S. Francesco (1262). L'episodio narra che Francesco, mentre pregava sul monte Averna, vide un serafino dalle ali risplendenti. Avvicinatosi, il Santo scorse tra le ali la figura di un uomo crocefisso, e dolore misto a gioia si impossessò di lui. Fu così che l'amore che bruciava nel suo cuore gli impresse le ferite di Cristo sulla Croce. Mentre l'iconografia secentesca svilupperà l'aspetto dell'interiorizzazione, quella cinquecentesca, come è qui dimostrato, continua a considerare l'episodio così come le fonti lo narrano, rappresentando la figura di Francesco sul monte che guarda il Crocefisso in atteggiamento estatico.
Valutazione generaleOpera di discreto valore artistico.
Inedito.
Bibliografia
Note
Raffaella Colace

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