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Veduta del campo e delle porte dell'arsenale




AutoreScuola Veneziana
TipoOlio su tela
Dimensionicm 44x59
UbicazioneMilano, Servizio Personale
InventarioInventario p. 1231
Stato di conservazioneBuono. Il dipinto mantiene abbastanza integra la pellicola pittorica che presenta solo qualche lieve craquelure, mentre la stesura cromatica non si presenta alterata.
Storia dell'operaIl dipinto proviene dalla collezione Marcenaro, donata alla Cariplo il 7 luglio 1976.
Sistemazione cronologica1743-46 ca.
Collocazione stilistica, attribuzione e significato storicoIl dipinto, attribuito dalla Marcenaro al Canaletto e da Federico Zeri a Michele Marieschi (AC, perizia del 9 agosto 1976) è invece riconducibile al pennello del pittore veneziano Francesco Al- botto (1721-1757) allievo e imitatore del Marieschi che, morto in età prematura, lasciò campo libero al suo apprendista il quale non tardò a mettere a frutto una situazione che si rivelò ben presto alquanto favorevole e propizia per lui. Il dipinto infatti ricalca, con qualche lieve modifica, un'acquaforte pubblicata dal Marieschi nel 1741 e ristampata dall'Albotto nel 1743, l'anno stesso del decesso del maestro (D. Succi, Marieschi tra Canaletto e Guardi, Gorizia 1989). Come avviene per la tela qui esaminata la produzione pittorica di Francesco Albotto è quasi sempre desunta da prototipi illustri del Marieschi o del Canaletto conosciuti attraverso le trascrizioni incisorie di Antonio Visentini o da repliche di scuola o di bottega. Egli, a differenza del suo maestro che era dotato di una fervida fantasia creativa e di uno stile alquanto personale e facilmente riconoscibile, non si discosta da una seriale e alquanto ripetitiva produzione di imitatore e di copista difficilmente capace di distaccarsi da modelli altrui, rimanendo in bilico tra i modi del Marieschi e quelli del Canaletto. Lo scenografico taglio vedutistico della Veduta del campo e delle porte dell'Arsenale è frutto della fervida immaginazione del Marieschi e del suo tipico modo di raffigurare i siti topografici veneziani con una ripresa "ad angolo" che allarga a dismisura l'ampiezza della veduta: essa infatti si discosta assai dalla frontale veduta de I.'Arsenale del Canaletto (R. Pallucchini, I.a pittura veneziana del Settecento, Milano 1995) come da quella di Bernardo Bellotto in cui le porte e il muro di cinta del complesso architettonico sono riprese da un punto di vista che mette in risalto il campo antistante più che il celebre edificio veneziano.
L'architettura dell'Arsenale è costruita su un'intelaiatura che è più disegnativa che pittorica: essa non vive di sola luce, come avviene in Canaletto, ma ogni singolo particolare architettonico è definito da un segno tratteggiato che costruisce e descrive l'intero edificio. Le macchiette, come le architetture, sono rigide e bloccate nelle loro posizioni e forse per questa loro particolare caratteristica, qui molto accentuata, è avanzabile una datazione precoce del dipinto, tra il 1743 e il 1746 circa, sostenuta anche dal fatto che la composizione ricalca un'acquaforte del Marieschi, stampata dall'Albotto nel 1743: è ipotizzabile che proprio in quel momento l'allievo abbia preso spunto per una sua tela quando era giusto all'inizio della sua attività autonoma. Come nella Veduta del campo e delle porte dell'Arsenale il colore dell'Albotto è in genere freddo e spento, si intona sui grigi, gli azzurri e i verdi e non vive di una luce solare e abbagliante come in Canaletto, l'orchestrazione luminosa della veduta è monotona e sempre uguale in tutte le sue tele.
Descrizione
IconografiaIl dipinto raffigura la porta da terra e la porta da mare con il relativo campo antistante dell'Arsenale di Venezia. In primo piano a sinistra si vedono le mura di cinta dell'edificio con al centro il portale dell'ingresso via terra e la relativa terrazza di accesso, mentre il "canale delle Galeazze", le due torri merlate e fortificate della porta via mare e il ponte levatoio occupano lo sfondo del dipinto dove si vede anche una grande nave e, al di là del canale, si nota il fianco della cappella della Madonna dell'Arsenale, oggi non più esistente. A destra del dipinto fa da quinta un palazzo, mentre al centro alcune macchiette in costume settecentesco passeggiano sulla piazza. L'Arsenale è entrata a far parte delle tradizionali vedute di Venezia dopo che, nel 173132 il Canaletto la inserì, assieme ad altri importanti punti topografici della città fino a quel momento non ancora ritratti dalla produzione vedutistica veneziana, nella celebre serie delle ventiquattro tele commissionategli dal duca di Bedford e ancora oggi conservate a Woburn Abbey. Il taglio della veduta di Francesco Albotto differisce da quella di Antonio Canal per una ripresa in diagonale del complesso architettonico dell'Arsenale che conferisce un aspetto di forte spettacolarità scenica; le due porte dell'Arsenale divengono in tal modo le protagoniste della veduta. Successivamente Francesco Guardi riprenderà numerose volte e con successo questo soggetto a dimostrazione della felice invenzione scenica del Marieschi che dona nuove e più ardite potenzialità spaziali alla scena urbana.
Valutazione generaleOpera di discreto valore artistico che nell'ambito dell'importante stagione del vedutismo veneziano del Settecento, i cui apici vengono toccati dalla produzione del friulano Luca Carlevarijs, del Canaletto, di Michele Marieschi e Francesco Guardi, è attribuibile a un pittore che si trovò ad operare senza rivali nello spazio del decennio 1746-56, dopo la prematura scomparsa del Marieschi (1743), la migrazione di Canaletto a Londra (1746-56), il decesso di altri vedutisti minori operanti nella città lagunare e prima del debutto del Guardi intorno al 1756. Francesco Albotto si trovò in tal modo a dover far fronte alla richiesta comunque pressante dei numerosi turisti del Grand Tour, in tappa a Venezia, con una produzione vedutistica di scarso valore inventivo ma dotata di una incomparabile abilità riproduttiva capace di soddisfare a pieno le esigenze di quel tipo di clientela. Lo dimostra la copiosa serie di repliche da lui sfornate a getto continuo, senza curarsi troppo di differenziarle le une dalle altre, durante l'intero quinquennio della sua attività.
Inedito.
Bibliografia
Note
Lea Salvadori Rizzi

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