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Dalla parola al piatto

A parte Ortensio Lando, che non spiega esattamente di cosa trattasi (quando ne attribuisce l’invenzione a Meluzza Comasca), nell’area linguistica alpina il termine non sembra usato (né a Bolzano neppure a Trento che aveva frequenti e intensi contatti con la Valtellina) per indicare alimenti. Bisogna arrivare piuttosto lontano, in Friuli. Compare Pizzòcar o Pinzochero (ma è un termine antiquato) e si legge in un documento notarile che dice: «Prim dì d’avost, tu sool sees chel beat chu faas ch’ogni pizzochar ven goloos...» [Primo d’agosto, tu solo, beato, sei quello che rendi il villano goloso]. Pizzochar, in friulano, era dunque il villano ossia l’uomo rozzo in contrapposizione a cittadino. Il brano è tratto da un documento del notaio Nicolò Marlupino attivo a Venzone dal 1528 al 1570. Pinzochero si usava forse ancora negli anni Sessanta del Novecento, ma con un senso diverso, di avaro, misantropo o simili. [da Il nuovo Pirona, dizionario friulano edito dalla Società filologica friulana, 1967]. Il Dizionario riporta anche Pinzoc cioè «grossolano, ignorante» in un parallelo affascinante con la sostanza stessa dei pizzoccheri valtellinesi riconosciuti e apprezzati proprio per la loro rustica semplicità. Inoltre, riprendendo una testimonianza resa nel 1927 da Benigno Morassi di Tolmezzo, lo stesso Dizionario aggiunge un’altra curiosità: Pizzacòcoi precisando che si tratta di una sorta di dolce casalingo e dice: «Marto, sul taulieir, distiro cu’ la mascolo la pasto di forment par fa’ cròstui, frìtulos, gnocs e cialzóns e losagnos e pizzacòcoi» [Marta, sul tagliere, distese col mattarello la pasta (di farina) di frumento per fare sfogliatelle, frittole, gnocchi, tortelloni (dolci), lasagne e dolcetti] (59) . I crostui sono delle sfoglie sottili di pasta dolce cosparse di zucchero a velo che si cucinano in Friuli soprattutto a Carnevale; i cjalçons sono dei tortelli di pasta salata

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