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Una vita dedicata allarte
Parole semplici, desuete, come si vede, intrise di vivo sentimento religioso, dalle quali si può dissentire oggi, ma che mostrano la coerenza estetica entro cui si articolano e la dimensione umana di chi le pronuncia.
Quando ebbi modo di conoscerlo, dunque, così, alla lontana, Radice a Como era ormai un personaggio di primo piano, dai tratti ben definiti. La sua connotazione storica nel quadro dell'arte italiana di questo secolo era un fatto già acquisito agli atti della critica maggiore, sia nazionale che estera.
Capofila di quello che - a posteriori - era stato battezzato come "Gruppo Como" (dove avevano operato anche Manlio Rho, Carla Badiali, Aldo Galli, Carla Prina), Radice costituiva, proprio come rappresentante di spicco dell'astrattismo italiano degli anni Trenta e Quaranta, un punto di riferimento storico-critico assai significativo per quanti avessero voluto interessarsi a quella lontana ma ancora vitalissima esperienza artistica che per molti aspetti appariva straordinaria. Un aspetto problematico, per esempio, era che quando l'arte astratta cominciò ad affermarsi in Italia, in pieno regime fascista, l'estetica imperante era quella del cosiddetto "Novecento"; e l'astrattismo in pittura e scultura, come il razionalismo in architettura, era appena tollerato.






