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Una vita dedicata allarte
Chi oggi si accosti per la prima volta a Mario Radice (alla stessa stregua di chi vi si accostò per la prima volta negli anni politicamente meno roventi del secondo dopoguerra, ossia quando ormai numerose acquisizioni storico-critiche erano servite da un lato a smantellare il castello delle riserve sul lavoro artistico eseguito soprattutto su committenza durante il regime fascista, e dall'altro a spiegare e in qualche modo a giustificare ambiguità estetiche ed equivoci ideologici, se non collusioni politiche); chi - si diceva - si accosti oggi per la prima volta al maestro comasco e voglia conoscere e personalmente osservare quella che potrebbe ritenersi l'opera fondamentale dell'artista, l'opera testimone della sua immediata maturità espressiva sotto il profilo della scelta astratta, insomma l'opera frutto dell'esperienza forse più significativa e assolutamente irripetibile della sua vita, rimane colpito dal fatto senza dubbio eccezionale della sua assenza. In altri termini, l'opera che ha reso subito "grande" Radice, e che lo ha collocato di diritto tra i fondatori dell'astrattismo italiano - cioè la serie dei suoi interventi all'interno della Casa del Fascio, consistiti nei due grandi bassorilievi della Sala del Direttorio al primo piano e negli otto affreschi del Salone delle Adunate al piano terra, se si escludono gli altri interventi decorativi marginali -, può proiettarsi al presente soltanto con il fascino oscuro dei tesori perduti, essendo stata completamente distrutta nel '45 all'indomani della Liberazione.





