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Nudo femminile. 1933. Carboncino su carta (cm 215 x 66). Progetto dell'affresco eseguito alla V Triennale Internazionale d'Arte di Milano per la

Conversazioni

- Lei quindi sente il bisogno di esercitare la mano...

- Certo, con il ritratto si esercita la mano. Perché sento il bisogno di farlo? Perché da due mesi faccio solo pittura astratta nella quale la mano conta poco.

- Come si potrebbe definire questa mano?

- Ah, non so, si chiama mano e basta.

- Forse è lo stile personale?

- No. Lo stile comprende la mano ma non si ferma alla mano. Ci sono dei pittori che, quando non sanno far altro, tirano fuori la storia della mano per rendere più interessante il loro lavoro. C'è qualche pittore che ha solo una bella mano, ma per il resto è zero.

- Forse è il segno?

- Sì, possiamo dire che la mano è il segno, e si ha quando il pittore padroneggia bene il segno, magari fa delle cose mediocri ma si vede bene che il segno è bello, ecco che allora piace... Nei grandi pittori il segno è abilmente dissimulato: appare solo nei loro disegni, perché nei disegni è inevitabile che appaia la mano dell'autore.

- Anche in Raffaello?

- Anche in Raffaello, ma pochissimo perfino nei disegni. Io dico che Raffaello è un fenomeno incomprensibile, perché la sua mano non si vede mai, salvo che in qualche disegno. Per esempio in quel disegno che c'è all'Ambrosiana di Milano, si vede un po' la mano ma pochissimo, ed è un disegno in bianco e nero, son tre o quattro fogli di carta messi lì vicino, uniti con la colla, tutto lì, perché il disegno è lungo alcuni metri, non so, forse cinque o sei, ed è un disegno stupendo di un affresco fatto a Roma. Un disegno poi finito alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano chissà come.

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