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Conversazioni
- E Lei come colorista si ritiene bravo?
- Me la cavo meglio nella composizione che nel colore, però qualche quadro ... mica male!
- Diceva che quando parlava a Parigi con Léger si preparava in anticipo le domande...
- Tutte le volte che parlo con un pittore che mi interessa, mi preparo delle domande, altrimenti non me le ricordo più. Lo faccio ancora adesso; anche cinquant'anni fa facevo così.
- Quindi Lei, ogni volta che ha accostato qualche collega, ha sentito il bisogno di dialogare, chiacchierare con lui, e si è sempre servito di una scaletta preparata prima... Ha questa esigenza, si direbbe, di metodo...
- Così ho imparato sempre moltissimo... Un amico carissimo una volta mi ha detto: "Bisogna saper scrivere!", e io che non sapevo scrivere l'ho ascoltato attentamente. È stato Borra.
- Pompeo Borra?
- Si; Borra ha avuto un periodo felicissimo; il secondo periodo, che è il più lungo, è meno felice, anzi poco felice. Ma il primo periodo di Borra è un periodo felicissimo che tutti hanno dimenticato, anzi nessuno conosce. Tutti conoscono i suoi ultimi quadri, che sono proprio molto diversi e meno importanti... Quella volta Borra mi ha detto: "Bisognerebbe scrivere per approfondire qualche cosa di buono!" ... Fatto sta che un giorno trovo Borra a Milano, e mi dice: "Accetti di scrivere semigratuitamente su un quotidiano di Milano?" "Certo!" gli rispondo. "Perché accetti?" "Perché così posso frequentare Tizio, Caio e Sempronio, i massimi pittori italiani, e far loro delle domande!" Ecco, chiarissimo, no? È quello che poi è successo...







