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Conversazioni
- Quando Lei conversava con questi pittori, che cosa cercava di scoprire e di comunicare poi ai lettori?
- Domandavo delle cose che interessavano soltanto me...
- Ma come critico che cosa scriveva poi? Le sue impressioni?
- Scrivere quello che ho scritto io, credo che non abbia nessuna importanza: le solite stupidaggini che si dicono. Non so che importanza possano avere i miei articoli di critica.
- Magari sono importanti.
- Ah, non credo, no! Scrivo malissimo; sì, non ci sono errori di grammatica, ma insomma scrivo male, dico sempre le stesse cose, specialmente quando parlo della composizione... Sono rarissimi i miei colleghi che hanno approfondito lo studio della composizione. Tutti compongono senza sapere cosa sia, eccetto qualcuno: per prima cosa. Come seconda cosa, quasi tutti compongono solo in bianco e nero: un disegno a matita. Fanno il progetto di un quadro, quei pochi che lo fanno; gli altri si mettono li davanti alla tela ancora col sistema impressionistico, quello che arriva arriva, capisce? Invece io faccio un bozzetto grande come un francobollo o poco più, due per due o due per tre, tre per quattro centimetri al massimo, ma di queste dimensioni è già grande. Poi lo faccio grande il doppio per vedere se regge; poi grande il quadruplo... Grande così non regge più perché sembra vuoto, mentre qui è pieno ancora, capisce? E allora vado avanti, insomma, ecco. La nascita di una composizione buona è la scoperta di uno che ha in testa di fare qualche cosa e non riesce a metterla giù subito al primo colpo. Capita anche a me questo fenomeno, ma capita una volta ogni due anni: che metto giù un bozzetto grande come due cartoline illustrate e va subito bene perché l'avevo già pensato tutto più a fondo prima. Di solito parto da pochissimi centimetri.





