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Conversazioni
- Nemmeno quand'era alle prime mostre?
- Mai, nemmeno agli inizi. E poi cinquant'anni fa non si usava fare delle mostre a pagamento. Non era ancora invalso questo malcostume. E cinquant'anni fa, sessant'anni fa, non c'erano neanche i cosiddetti critici militanti, si figuri un po'!
- Ma le gallerie d'arte c'erano.
- Le gallerie erano poche. A Milano, nel 1935, erano quindici o venti; oggi, centocinquanta o duecento. Però un gallerista distingueva lui, con un colpo d'occhio, se un artista era dilettante o professionista. Un gallerista non esponeva mai un dilettante, altrimenti veniva squalificato, non rispetto ai colleghi, ma rispetto ai clienti, mi spiego? Ora, con tutti gli ismi che sono nati in questi ultimi cinquanta anni, con la baraonda che c'è nel campo delle belle arti e, ancora più grande, nel campo della critica d'arte, non capisce più niente nessuno. È per questo solo motivo che io perdo tempo ancora a scrivere su La Provincia di Como...
- Secondo Lei che rapporto esiste fra critica d'arte militante e mercato artistico? Quanto la critica d'arte influisce sulla vendita dei quadri?
- Influisce molto perché il lettore dei giornali e delle riviste quando sente un nome che viene citato molte volte, comincia a dire: "Ma allora questo qui è bravo!", e compera un suo quadro. L'acquirente dell'opera d'arte è rarissimamente un competente.





