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Conversazioni
- Da che mondo è mondo l'arte è vissuta senza bisogno della critica. Sessanta, settant'anni fa - parlo dell'Italia - la critica militante sui giornali non esisteva: l'ho già detto, mi pare... Le voglio raccontare un fatto che ricordo con particolare commozione. Quando ho esposto, nel 1972, alla Galleria Annunciata di Milano, le sale della mia mostra erano cinque. Tutte le volte che alla sera mi sono trovato li, ho visto che, verso le sei, forse all'ora d'uscita dal lavoro, veniva sempre un operaio con ancora indosso la tuta: si vedeva che era un operaio, ma doveva avere una passione enorme per la pittura. Si riguardava a uno a uno tutti i quadri e poi si fermava, finché poteva, sempre davanti a uno in particolare. Era un quadro riuscito bene, posso dire anch'io che era uno dei più belli... Io non gli ho mai domandato nulla. Però mi ha molto colpito questa sua attenzione a quel quadro particolare. Forse aveva fatto degli studi d'arte, forse no. Pensa Lei che quell'operaio avesse bisogno di un critico d'arte per capire se un lavoro era buono o no?
- Se non c'è una cultura, diventa un fatto istintivo?
- In parte sì, in parte no. Bisogna vedere e confrontare. Solo così ci si può fare un'idea giusta. - Tutto sommato, però, la comprensione dell'arte resta privilegio di pochi...





